domenica 26 agosto 2018

Tempo di svegliarsi per i lavoratori Italiani

Un messaggio ai lavoratori Italiani, e soprattutto ai metalmeccanici.(della UILM
 e non) http://www.uilm.it/det_stampa.php?id_contenuto=10834
Grandi lavoratori.e spina dorsale della nazione.
UILM.it



Il lavoro sta cambiando. In peggio.
Di questo ne siamo tutti a conoscenza,ma non facciamo niente per far valere i nostri ideali,la dignità e i diritti umani calpestati da gente che ha potere finanziario gestendoci come se fossimo un loro prodotto :
 In questi anni il precariato si è diffuso sempre di più. Il pacchetto Treu (centrosinistra) e la legge Biagi (centrodestra) hanno moltiplicato le tipologie contrattuali. I governi tecnici e quelli Renzi-Gentiloni hanno ulteriormente ampliato l’insicurezza: dal Jobs act alla cancellazione delle causali, dai voucher ai PrestO. Così oggi più dell’80% dei nuovi contratti è a termine, anche di brevissima durata. Senza considerare le nuove forme iper-precarie (gestite da piattaforme digitali come Uber, Deliveroo o Fedora), che in altri paesi sono oramai considerati lavoro subordinato a tutti gli effetti. Il precariato si estende quindi per tutto il corso della vita e in tutti i settori. Quelli tradizionali quanto quelli innovativi, quelli manifatturieri tanto quelli dei servizi, nelle piccole imprese tanto quanto nelle multinazionali. Dalla logistica alle campagne, dal turismo alla grande distribuzione, dalle scuole agli ospedali, dalle fabbriche ad Amazon.

Insieme al precariato, sono aumentate le disuguaglianze: tra italiani e migranti, giovani e anziani, nord e sud. Tra tutte, spicca quella di genere. Ancora oggi molte donne sono tenute ai margini del mercato del lavoro da discriminazioni occupazionali e salariali, oltre che da modelli sociali che, in assenza di servizi pubblici adeguati, rendono sempre più difficile la conciliazione del lavoro produttivo con quello riproduttivo, quasi sempre ancora tutto sulle loro spalle.

La forza lavoro in Italia però è di più di 25 milioni di uomini e donne (soprattutto, appunto, uomini). Di questi, circa 3 sono disoccupati, 5 indipendenti (di cui solo parte subordinati “atipici”), 3 a tempo determinato e quasi 15 a tempo indeterminato. Per tutti si modificano mansioni, orari e composizione del salario. Aumenta l’intensità delle attività, si dilata il tempo disponibile al lavoro (sabato, domenica e festivi compresi), diminuisce la quota fissa dello stipendio e si riducono i diritti. È aumentata la precarietà, quindi, ma è diventato più precario anche il contratto a tempo indeterminato. In sintesi, peggiorano le condizioni salariali e normative della classe lavoratrice e accanto alle vecchie forme di sfruttamento si affiancano le nuove, a volte ancora più pervasive.

 In un tempo di crisi, questi cambiamenti sono determinati dalla grande recessione in corso e dalle politiche imposte in questi decenni. Non è un semplice ciclo, ma una crisi di lungo periodo sostenuta da tendenze profonde: la caduta dei saggi di profitto e la sovrapproduzione di merci e capitali. Per conquistare nuovi margini di profitto, per distruggere l’eccesso accumulato, le classi dominanti hanno agito diverse controtendenze. 
Hanno gonfiato il sistema finanziario, per impiegare e poi far evaporare grandi quantità di capitale. Hanno tagliato il salario indiretto e quello sociale, colpendo con le politiche neoliberiste pensioni e welfare. 
Hanno ridislocato le produzioni, deindustrializzando le aree sindacalizzate e creando nuovi poli in territori a bassi salari. 
Hanno globalizzato i commerci e costruito aree monetarie per salvaguardare le proprie esportazioni. Hanno inserito nei processi di valorizzazione del capitale settori che erano esclusi dal mercato: non solo i servizi industriali (logistica, manutenzione, pulizia), ma anche quelli strutturali (acqua, luce, gas, autostrade, trasporti) e alla persona (divertimento, turismo, commercio); persino quelli pubblici (scuola, sanità, assistenza). 
Queste controtendenze hanno aumentato le contraddizioni. Nei paesi avanzati hanno ridotto la domanda aggregata, incentivando disoccupazione e povertà. Nei paesi in sviluppo hanno plasmato una nuova classe lavoratrice, che sta conquistando salario diretto, indiretto e sociale. Nelle periferie hanno distrutto i mercati locali, spingendo masse spossessate a migrare in altri paesi o in metropoli sconfinate (oggi più del 50% della popolazione è urbana). Senza impedire la crisi, hanno prodotto disastri ambientali e sociali, incentivando le disuguaglianze, lo sfruttamento e i conflitti. Grazie allo sviluppo ineguale e combinato (crescita asiatica), al mastodontico intervento delle banche centrali (FED, BCE, PBOC e BOJ) e all’espansione del debito (da 162mila mld di dollari nel 2007 a 233mila nel 2017, più del triplo del PIL mondiale), la sua gestione ha però permesso un fragile riavvio del ciclo, con una crescita moderata e bassissimi tassi di inflazione. Un ciclo destinato nuovamente ad implodere sotto il peso dei suoi evidenti disequilibri.

L’Europa è stata un epicentro di questa crisi
 L’UE delle banche e dell’austerità ha determinato una generalizzata deflazione salariale e nel contempo una polarizzazione continentale: da una parte lo sviluppo industriale del nucleo mitteleuropeo (con uno dei maggiori surplus al mondo), dall’altra l’impoverimento produttivo delle periferie. L’Italia ha conosciuto una vera e propria depressione, più che due “semplici” recessioni (2009 e 2012), successiva ad una lunga fase di bassa crescita. Il PIL è caduto del 10% e la base produttiva si è ridotta del 20%. Chi ha pagato il prezzo è stato il lavoro. Si è impennata la disoccupazione, soprattutto giovanile. In 20 anni sono crollati i dipendenti delle principali imprese: in Fiat da 240mila a 80mila, in Poste da 237mila a 144mila, in FS da 180mila a 66mila, in ENI da 127mila a 16mila, in Telecom da 125mila a 52mila, in Enel da 114mila a 33mila. Il capitale però si è riorganizzato. La crisi ha rilanciato le ristrutturazioni. L’Italia infatti rimane il secondo paese manifatturiero in Europa, con una notevole ripresa delle esportazioni. Si è scomposto il “salotto buono” (Agnelli, Ligresti, Pesenti, ecc.) e sono scomparse intere filiere (dall’Olivetti alla Montedison). 
Però altre sono diventate perno di multinazionali (da FCA a Luxottica) e altre ancora fanno parte di grandi gruppi (Pirelli in Chemchina, Terna in State Grid; Ansaldo STS in Hitachi) o sono state acquisite da fondi internazionali (a partire da Blackrock, oggi il principale protagonista alla Borsa di Milano). Dal crollo dei distretti sono poi emerse imprese leader continentali o mondiali nei propri settori (Mapei, Brembo, Lavazza, ecc).

 Uso capitalistico dell’automazione. Con la crisi la fabbrica, la catena distributiva, il call center sono stati costretti a ripensare produzioni e servizi. Questi cambiamenti si stanno avvalendo dell’innovazione, in grado di integrare servizi commerciali, logistica e produzione. La loro digitalizzazione e automazione è oggi sostenuta da piattaforme istituzionali e politiche fiscali, fortemente incentivanti per le imprese, come Industria 4.0. L’innovazione non si è però concretizzata in una maggiore autodeterminazione del lavoro, ma in un’intensificazione dello sfruttamento.
 Le aziende infatti investono quasi a costo zero sulle nuove tecnologie, ma continuano a tagliare i salari, aumentare i ritmi, ridurre le pause e limitare i diritti. Pensiamo agli impianti FCA ed il WCM, alle isole di produzione in Brembo, alla produzione tracciabile dell’Avio Aereo, all’automazione del controllo di qualità in GKN, ai team Ducati, alla Spina Pirelli a Settimo, ai palmari dei picker in Amazon. O anche solo al monitoraggio del flusso produttivo in corso all’Electrolux, grazie a sensori lungo le tradizionali linee di montaggio. O ancora, alla digitalizzazione che ha ribaltato il processo lavorativo di alcuni uffici pubblici, come i centri unici di prenotazione, il catasto, le agenzie fiscali o le segreterie delle università. 
In alcune di queste realtà si smonta la rigidità delle mansioni, la ripetitività dei movimenti, il tradizionale comando gerarchico. L’automazione riduce la fatica e anche, in parte, l’isolamento. In tutte viene però comunque imposto uno nuovo sistema di controllo, più invasivo e opprimente. Il punto non è la macchina, ma il suo uso. In un processo di lavoro capitalista, ogni cambiamento è diretto a saturare macchine e uomini, ad ottimizzare la produttività, ad aumentare lo sfruttamento. 

Svegliamoci, il sogno di un lavoro stabile e sicuro si sta' trasformando in un incubo

We Are Anonymous
We are Legion
We Do not Forget
We Do not Forgive
EXPECT US!

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Grandi ragazzi...Rispetto per tutti i lavoratori

Anonimo ha detto...

Si spera che si sveglino TUTTI, MA proprio TUTTI!

Adesso più che mai SERVE!

Anonimo ha detto...

È tempo di tacere con le parole.
O ci organizziamo o siamo solo ridicoli.
58100

Anonimo ha detto...

del gatekeeping lega+m5s nn viene scritto nulla. Il sostegno a chi già lavora ed ai sindacati non sono che il sostegno alle corporazioni di elettori che tramite i propri rappresentanti non sono che organi dello stato, degli uffici della presidenza. In un'italia terzo paese al mondo con il più alto rapporto cittadini ff.oo., anch'essi oramai corporazione elettorale, fa si che sostenere l'attuale sistema del lavoro non sia che il sostegno all'establshment. Autoproduzione di energia, farmaci, con cannabis, e sovranità alimentare. Comunità di individui che mettono in rete localmente le risorse, questa è la tendenza che bisogna spingere, e non il sollevamento delle masse attraverso i sindacati. Uno che valeva uno.

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